mercoledì 17 ottobre 2012

Storia di un amore

La differenza tra noi e loro è che loro non ti difenderanno quando ne avrai bisogno, non staranno di fianco a te quando sarà necessario, non sprecheranno una parola per farti sentire meglio, non allungheranno un braccio per proteggerti.

La differenza tra te e noi è che tu hai voluto metterti davanti alla squadra, in quel momento lì ne sei uscita.
Ringrazia di averlo fatto sulle tue gambe
.

Sono poche le cose che da grande anni puoi scoprirti amare come un bambino ama il cartone animato preferito, il libro letto e riletto, Leonardo Di Caprio dopo aver visto Titanic (sette volte).

Sono ancora meno le cose che puoi trovarti a sentire visceralmente, come ti appartenessero da sempre, quando comprendono lividi - coi colori più belli di qualunque tramonto - articolazioni che smettono di flettere bene, sputi, capelli e qualche brandello di pelle strappati, pugni e l'umiliazione continua di essere atterrata da scriccioli, che se son sul campo dopo anni vuol dire che son proprio cattivi, tanto più di te.

E se prima uno schizzo di fango addosso era noia e cazzo ho sporcato la maglia pulita, adesso lasciamici pur rotolare, tanto poi pioverà e l'erba che punge e gratta le gambe fino a tre docce dopo - non ne passa che una tra un allenamento e l'altro - è solo altro che si divide tra noi.
Siamo diverse e diversi sono pensieri, studi, mestieri, idee e religioni, e quando qualcuno piomba addosso - chiunque tu sia, chiunque sia sotto- corri, arrivi e lo spazzi via.
La tua maglia è come la mia.

Non lo so come si fa a spiegare il panico della prima partita - che poi non torna più: se sei uscita viva da lì andrà bene, o forse no - o la tensione a ogni calcio d'inizio.
Che la palla sia nostra o loro, sai che non la toccherai, (sei pur sempre una seconda linea, cazzo vuoi fare? Poi non salti nemmeno in touche) ma sai - lo impari subito - che ogni volta che qualcuna dei tuoi la prende e la porterà avanti verrà presa e ribaltata, e tu dovrai essere dietro di lei, pronta.

Di solito pronta a spallare via un'avversaria che ha mangiato troppo le 1536 sere prima, togliergliela di sopra insieme a qualcuno che da una mano come te perché in un attimo le avversarie lì davanti son diventate 5.

Niente rende felice come avere spalle sbucciate, non da un urto in particolare, ma dall'averle consumate a spostare chi ti vuole accoppare le compagne per prendere quella cazzo di palla che no!, la devi tenere tu.
La vuoi tenere tu.



E ve lo dico io, che a rugby faccio schifo.

Ad un certo punto ti accorgi di dove, vaccaboia almeno lì!, anche tu, servi.
Dove le tue compagne tirano un sospiro di sollievo al pensiero di saperti, dove ti senti addosso che stai facendo bene.

Badare bene: ottanta minuti in un campo, a prendere mazzate di continuo e tu il contatto fisico non l'hai mai potuto sopportare, ribaltata, strattonata, placcata e coperta di corpi che non sei felice di avere sopra, corri nel fango, il fiato finisce e le avversarie non vedono l'ora allora piuttosto muori ma fai finta di niente.

E rialzati su, non si sta fermi a terra per niente, hai preso un calcio in testa?

Inizierai a contarli, a fare a gara di quanti ne hai presi senza fare una piega, se rimani a terra un momento qualcuno guarda che tu sia viva e se è sì si gira e continua, se è no si gira e continua lo stesso finché l'arbitro non fischia.
Ma tirati su e non frignare, che non ti sei fatta niente.

La parte più bella è la mischia.
Perché son di mischia, mi sa.

Qualcuno fa avanti - sempre i tre quarti, se sei di mischia e ti dan la palla tu prendi la rincorsa e cerchi di fare strike con le avversarie ed è impressionante l'ottimismo con il quale vai a farti fare malissimo, ogni volta - e l'arbitro chiama.
Non sono mica buona io.

E m'han cambiato i tempi e non ci capisco più un cazzo.

Davanti si mette la prima linea 1, 2, 3. Alla mia sinistra - Capitano mio capitano! - l'altra seconda linea, il numero 5.
4 e 5 si abbracciano e stringono fianco contro fianco, al "Giù le seconde", insieme in ginocchio, poi dentro le teste tra le tre davanti, le nostre spalle a sostenerne i culi, il braccio esterno libero a trattenere da una gamba i piloni 1 e 3, per buttarli dentro, forte.

Attaccate ai nostri fianchi le due terze linee 6 e 7 che son le prime a sganciarsi con il solo e dichiarato scopo di atterrare eventuali avversarie in possesso di palla. Loro non ho mai capito dove si attaccano, ma ci tengono unite e compatte, spingono un po' in avanti e tanto di traverso perché rimaniamo un blocco unico.

Per ultimo, tra i nostri culi si infila il numero 8 a spingere quand'è il momento dell'ingaggio e io non lo sento neanche, come spesso non ci si accorge delle innumerevoli parti che compongono un meccanismo funzionante.
Eh sì, neanche si ti danno una signora spallata sotto al culo.

Una buona mischia è un corpo solo, unito e compatto, che avanza camminando sopra al pallone per farlo uscire alle proprie spalle.
O sta ferma, o per peso minore indietreggia ma allora lì si prova di rimediare e ti accorgi di qualcuno solo se non fa quel che dovrebbe perché è come un buco, un pezzo che manca sul quale - quando va male - la mischia si ripiega e crolla.

Quando la mischia si piega e crolla, inspiegabilmente si è tutti sotto a un mucchio di gente.

Però non fa più paura come le prime volte: mantieni la calma e provi di lasciar scivolare il braccio fuori senza lussarlo, assecondi i movimenti del collo che quello ti serve intero, poi ti tiri su e cerchi il pallone, ti schieri di conseguenza e vai a fare il lavoro di spazzino se (come me) sei buona di fare solo quello.

Spazzare via le avversarie.
Troie impestate, addestrate penso nei quartieri spagnoli che cercano di cavarti gli occhi - ci sono più lenti a contatto perse che sputi, sul nostro campo - giocano senza paradenti pur di morderti a sangue e tu che non sei capace di far male, non sai opporti perché è già tanto se dopo tre mischie in cinque minuti ancora respiri e passare da una rissa all'altra è tanta fatica.

E potrei andare avanti per sempre.

Ma dico che, dopo questo e dopo un mucchio di altre cose, quando una tua compagna va i meta, piangi.
Anche se sei dall'altra parte del campo.
Anche se sei sotto a un mucchio di gente da cui hai dovuto proteggere il pallone perché qualcuno avesse modo di portarlo avanti fin là.

Che non è solo se vinci: contro gente fortissima, cattivissima, ci sono state sconfitte sudate molto più delle nostre (poche) vittorie.
Che rivivrei adesso.

Poi si esce dal campo ed è vero che è famiglia, non si dice tanto per dire.

Una cosa impressionante è vedere come, chi mette più cuore in campo - che non vuol dire per forza capacità - più si avvicina al fulcro della squadra e diventa un legame dal quale la tua giornata poi non prescinde.
Chi è poco interessato, chi si allena raramente, chi non piange perché se non hai messo tutto non hai motivo poi di farlo, entra meno in quell'automatismo che, naturalmente, unisce.

E potrei andare avanti per sempre anche da qui.

Un'altra cosa che pare incredibile, è come le persone che sperano di poter vivere di glorie personali, ad un certo punto, creino problemi.

Ti vediamo, in campo: pesi niente kg, ricevi la palla e anziché correre nel corridoio che spesso hai libero davanti per portare la palla in meta, cerchi lo scontro con le grosse.
E allora da lì la palla verso la meta non andrà mai.
Vanifichi il lavoro di tutte quelle che hanno combattuto come galline nel fango per passarti quel pallone.
Obblighi noi, lente e grandi, a correre per toglierti di dosso gente e a ricominciare tutto daccapo.
Regali occasioni inutili alle avversarie e ci sfotti deliberatamente.

Ti vediamo, fuori dal campo: quando anziché festeggiare quella cazzo di vittoria tanto sudata - i primi risultati dopo un anno e più a capire come fare - con le tue compagne, stai appresso alla prima braga che passa, aspettando solo che venga a calarsi a casa tua, come fosse difficile impezzare un rugbista.
Bullandoti della tua inutilità nell'aver cercato scontri evitabili pur di raccontare.
Vantandoti poi di aver sventolato mutande, senza preoccuparti di equilibri preesistenti o di chi potevi ferire.

Tocciando ovunque ti capiti, come fosse roba da collezionare la tua manchevolezza nel gioco e nel rispetto, come fosse facile per una squadra giovane, di femmine, riuscire nel confronto coi ragazzi a mantenere credibilità, sudata.
Io poi, dalla tua bottiglia, non bevo più.

Non sei parte di una squadra, quando la calpesti ripetutamente e senza nemmeno accorgertene.
Offendi con la tua presenza, perché nessuna di noi ha mai cercato di spiccare saltando in testa alle altre.

Quando si corre, in allenamento, si sta tutte dietro al capitano o - quando affiancate - in linea.
Se vuoi stare altrove, nessuno ti trattiene.

Allora noi continueremo a starti alle spalle, a spingere via chi ti viene addosso, a farci del male per farne fare meno a te, solo che da adesso non accadrà più se non avrai la palla in mano.











7 commenti:

  1. Cazzo, è amore, sì. Vaffanculo, Tazza, mi pare di vederti, m'hai fatto battere il cuore. Vien proprio di volerti bene, accidenti a te.

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  2. Questa e' PASSIONE... chapeau.

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  3. Ecco. Con questo mi è chiaro che è un bene averti accanto o, meglio ancora, a copertura delle spalle. Non sei per niente male, ragazza.

    Thunderblue

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  4. Te sei superata.

    Stronza.

    L'ho dovuto legge pure due volte le ultime righe, perchè erano troppo belle.



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  5. Anche io l'ho divuto leggere due, anche tre volte.
    Non ho il minimo indizio per capire 1l 97% dei concetti che esprimi.

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  6. Ho finalmente trovato la prima donna che capisce qualcosa di rugby.

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  7. Oh beh, ti do ragione. Dev'essere un'assoluta e liberatoria figata. Effettivamente mi ricorda un po' la fatica del restare in piedi durante un concerto di quelli potenti. Io sono alta un metro e mezzo e uno sputo corto, arrivare alle prime file mette sempre una certa soddisfazione. In realtà è un po' che guardo al rugby con un certo interessamento. Anche se dubito di uscirne integra, sempre per la faccenda del metro e mezzo. Però un gioco di squadra così dev'essere... boh. Una sensazione bella al di là delle mie capacità verbali.

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