martedì 5 giugno 2012

Cronache un po' scosse di un terremoto del cazzo II

Ieri dicevo, sono tornata qui a Ferrara dopo tanti giorni.

Avevo lasciato la casa un disastro, tra che avevo in programma le pulizie la domenica mattina e il terremoto di notte, che oltre ad avermele impedite ha rovesciato il rovesciabile a terra.
Per fortuna la mia coinquilina bionda supergnocca e superefficiente ha messo a posto quasi tutto, da sola povera.

Ovviamente non la mia stanza, così quando ci sono rientrata era come poche ore dopo la prima scossa.

Quel sabato là io, le mie compagne di squadra, Compagno di Stanza e Mela come accompagnatori ufficialmente addetti alla (bevuta di) birra, venivamo dalla festa del Rugby di Badia Polesine.
Minchia: mai visto così tanti maschi enormi tutti assieme.
Bello, è stata una bella giornata, non fosse che avevo un inizio di bronchite.

Con quell'inizio di bronchite ho giocato (male) al tocco, sudato, strillato, fatto la doccia e passato la serata all'aperto a lanciare palloni e bere birra.
Il proseguimento della bronchite poi è stato interessante.

Le feste del rugby sono situazioni ospitali per tutti, famiglie incluse, e i bambini - anche molto piccoli - si aggiravano in disordine allegro attorno al toro meccanico o sul grandissimo gonfiabile colorato.
Ce n'era uno di circa un anno e mezzo che, seguito dalla mamma, si è avvicinato a me e alle compagne mentre passavamo una palla.
Voleva giocare con noi, così ci siamo sedute e abbiamo iniziato a giocare facendo rotolare la palla a terra.
La Rosi, che ha 16 anni e si gasa un sacco per qualunque cosa, gli aveva detto: "Batti cinque!" e lui era rimasto perplesso allora insieme gli abbiamo mostrato il gesto, lui aveva capito e i minuti successivi li abbiamo passati così.
Poi vedeva che tutte noi avevamo appresso da bere e non ci è voluto molto per accorgersi che anche lui non voleva essere da meno.
Sono corsa un attimo alla baracchina dove avevamo preso la birra chiedendo al tizio un bicchiere come il nostro con dentro un pochino d'acqua e  tornata dalle compagne e dal bimbo gliel'ho passato, così per un po' di tempo ci siamo tirati la palla, battuti cinque e brindato insieme, con le dovute proporzioni.

Non c'entrava niente ma è una cosa che mi è piaciuta.

Sulla mezza tutti a verso Ferrara, ultimo bicchiere in piazza e poi a letto.

Manco a dirlo che sto al quarto piano.
L'edificio è formato da due palazzine gemelle collegate.
Collegate non troppo bene, considerato che nel salotto - dove avrebbe dormito Mela - c'è una crepa enorme - non sismica - data dal lento divergere delle due costruzioni una rispetto all'altra, vabè.

Buttato un occhio su facebook ("Sentito il terremoto?" No fb, non l'ho sentito) siamo andate a dormire, e dopo quelle mezz'ore che nel sonno durano un battito di ciglia, sveglie di nuovo.

Mela credo dal rumore, io da non so cosa, poco prima.
Perché mi sono svegliata?
Passata una frazione di secondo è partito un busso della madonna.

Il boato era strano e completamente inverosimile, ma sticazzi del rumore: la stanza all'improvviso era viva e sembrava volesse andarsene e cadeva tutto dagli scaffali, nella penombra vedevo l'armadio aprirsi, i cassetti scorrere e il letto si muoveva fortissimo.

- Il terremoto, via!

Mai vista Mela così reattiva: lei correva giù per le scale io ero ancora imbambolata lì, sul letto, a pensare mentre tutto andava per i cazzi suoi "Che cazzo quindi questo è un vero terremoto? Come fa la casa a stare su? Dai sono effetti speciali. Adesso crolla".

Che la tua stanza diventi uno shaker è roba strana.
Non pensavo che una casa potesse reggere una cosa simile.

Dopo qualche secondo da quella che era stata una scossa lunghissima mi sono alzata, ho infilato le scarpe "Per fortuna che dormo in tuta", preso ciò che avevo lì: cellulare, acqua e fazzoletti, la giacca poi giù di corsa, insieme ai cinesi dell'appartamento a fianco che suonano il campanello a orari improponibili e pensavamo fossero almeno dieci invece sono quattro, inspiegabilmente vestiti di tutto punto a quell'ora di notte, usciti di casa nel mio stesso istante e che correvano giù dalle scale bestemmiando.






domenica 3 giugno 2012

Cronache un po' scosse di un terremoto del cazzo

Esco da casa dei miei zii, lui alto e geologo, lei ciccia e maestra, carichiamo la macchina che mentre torno a Ferrara loro vanno al mare, a sistemare la villetta delle vacanze dei genitori di lui che a casa loro non possono più stare.

Negli ultimi giorni non era stato chiarito il fatto che io e nonna Tì potessimo entrare o meno a casa, così dopo la scossa di martedì 29 maggio ho fatto un po' la spola tra casa della zia gnocca nel paese vicino e la casa di questi zii nella periferia del mio, di paese.
La nonna sistemata da sua sorella.

Manco a dirlo, abitiamo in centro.
Storico.
Madonna ladra.

Che poi l'abitazione è perfettamente agibile, non lo è la strada: sul marciapiede di fronte, poco a destra rispetto al mio ingresso, la facciata di una chiesa piuttosto alta pende in avanti.
Alcuni ingegneri dicono che vada staccandosi, ogni giorno un po' di più.

Giovedì, bambanavo sotto casa guardandomi attorno un po' stupita: tutto il centro chiuso, episodici andirivieni per portare fuori carte dagli uffici della via in tutta fretta e tornare a lavorare, curiosi in bicicletta.
Io ero da poco scesa, avevo spazzato via i cocci dei vasi e bicchieri caduti a terra.

Ad un certo punto arriva uno dei camion rossi che ultimamente sono dappertutto.
Non c'era Michele, il pompiere bellissimo e silenzioso che ormai mi saluta perché mi vede sempre in giro dove non potrei stare - peccato - ma un gruppetto capitanato da un tizio che prima mi guarda storto poi esasperato mi ordina "Via!"

Mi dirigo verso un vicolo che di lì si può passare e mentre il camion rosso srotola verso l'alto scale altissime, borbotto un  "Scusi, non pensavo che quel punto fosse pericoloso".

Il pompiere, stanco morto di noi che non vogliamo starcene lontano dai nostri portoni ma risultiamo solo in pericolo e d'intralcio, alza gli occhi e grida per coprire il rumore dei loro macchinari già al lavoro:

- Signorina come pensa cada una facciata?
- Beh, gravitazionalmente, mica farà splat in avanti, non ha niente che la spinge da dietro
- Giusto, e sa cosa sembrano le schegge del marmo che cade da quell'altezza? Proiettili.

Chiedo scusa di nuovo e me ne vado via.
Effettivamente non ci avevo pensato: se si uscisse per evacuare di nuovo dal mio palazzo sulla strada avremmo la gigantesca facciata della chiesa in crollo davanti, se lo facessimo nel parcheggio interno le pesantissime lastre dei camini rimasta ancora lì - genialmente solo appoggiate per abitudine architettonica - compromesse in stabilità, ci cascherebbero in testa.

Con una rompicoglioni in meno, i vigili del fuoco salgono anche nella mia via in altissimo proseguendo con il controllo tetti.

Alcune ore prima ero stata a uno dei blocchi perimetrali del centro storico, ferma per capire se ci avrebbero dato notizie.
Seduti vicini nella baracchina, di fianco a un'altra chiesa pericolante (verso l'interno però) eravamo io, una ragazza che non conoscevo, un pompiere che giocava a rugby e si diverte quando dico le parolacce e quello bellissimo sempre zitto. Entrambi di Treviso, ci sono comandi da tutta Italia.

Io e la ragazza chiaccheriamo, il pompiere rugbista legge il giornale, Michele si guarda in giro in silenzio, sono stanchi.
Chissà se ci è o ci fa.

- Quella chiesa andrebbe tirata giù, potessi lo farei io a madonne
Il pompiere rugbista ride, la ragazza ha un sorriso stampato e indelebile un po' da stregatto, sembra una fatina, così esile, un po' butterata, con i capelli scuri lunghi e sciolti, gli occhiali da sole e una gonna ampia.
Ah e il crocefisso al collo
- Ma no dai
- Scusa, è che non sono credente e mi girano le palle a non poter entrare in casa per una chiesa
- Forse dovresti ragionarci

Lei è pacata e sorride un po' maliziosa pensando di avere imbroccato un gran gol, allora le sorrido indietro scuotendo la testa, evitando di ricordarle che una di quelle lastre da copertura comignoli le ha sfondato parte del tetto e l'abbaino in camera sul letto e lei meno di me ha la possibilità di rientrare presto in casa: nel passaggio sotto al mio palazzo, per arrivare al suo, servono gru particolarmente piccole e sono tutte impegnate.

Comunque sta benissimo perché alle nove di quel giorno era a lavoro, per fortuna che il suo Dio lo sapeva e si è limitato a disfarle la casa e non il cranio.
In compenso lo ha fatto a una signora che passava in strada, di spaccarle la testa con un cornicione, ironia della sorte moglie di uno che vende bare.

Bel casino il sistema dei cortili interni di questi paesi, i pompieri di lontano dicevano: "In un paio di giorni tutto il centro lo controlliamo".
Sì, bravi, nemmeno c'aveste arruolato con voi Bruce Willis.
Non riescono a passare, nelle parti interne. Gli accessi sono bassi.


Comunque stamattina lo zio geologo e la zia maestra mi hanno riportata a Ferrara, devo uscire da questa bolla di stranezza che ti si gonfia attorno quando eventi che prescindono dalla tua volontà si inculano quello che era alla base della piramide della tua normalità: la strada sotto casa, i negozi, gli altri inquilini e i conoscenti, le case di molti amici, chiese e negozi.

Mi avevano messa a dormire nella camera degli ospiti.

La prima sera, stanca morta dall'eterna giornata che era stata arrivo, mi sdraio, guardo in alto: due mensole.
Con sopra:

  • pile di quaderni (zia maestra)
  • blocchi di minerali (zio geologo)

Bello, per fortuna che di mestiere non vendono coltelli.
Alzarsi su e togliere tutto: metti che parta un'altra scossa, ti trovi frantumata di cultura.


La strada per tornare a Ferrara passa per i paesi che erano stati epicentro di alcune delle scosse di sabato 20 maggio, avevo già visto i capannoni crollati e le chiese collassate ma è brutto lo stesso.
"Lì, su quel prato a sinistra si è aperta una faglia" segnala lo zio geologo alla guida.
E butta fuori fango, il terreno sprofonda e quel paese - che si chiama S. Carlo - affonda.

Praticamente un deposito d'acqua sepolto sotto strati di terreno sabbioso si è rotto, l'acqua ha preso a salire bagnando la sabbia che, impregnata come quella da bagnasciuga, ha iniziato a lasciar affondare le cose troppo pesanti appoggiate sopra perché sotto c'è lo spazio che, lasciato vuoto dall'acqua, va riempito.

Tipo come quando le onde in riva al mare a ogni passaggio ti fanno scendere sempre più nella sabbia, solo che l'acqua vien da sotto.

Manco a dirlo, le cose troppo pesanti appoggiate sono le case.

La sabbia impregnata d'acqua nel frattempo, aumentata di volume, deborda da tombini e crepe nel terreno, si fa spazio in superficie lenta e continua, fino a un paio di giorni fa era arrivata al metro in alcune abitazioni.