martedì 2 agosto 2011

Sorry if I cry but this is the end of a long story.

Non è che resti più molto di te.

I ricami appesi ai muri, incorniciati che paiono quadri, maglie e scialli fatti ai ferri - che (bis)nonna non offenderti ma quasi tutti sono inguardabili - le ginocchia gonfie anzi no solo una, la badante cicciona con le tette giganti mosce nel vesitito estivo a righine arancioni, che parla inglese quasi peggio di me.
Non è che le doni troppo quel vestito.

- Chi sèi?
- Sono io nonna
- Vet via?
- No, sono io, resto
- Vai a fare la spesa?
- No

Ma non mi senti, non mi vedi.
Mi scambi per la badante cicciona e mica ho tutte quelle tette, se ti do un bacio capisci subito che sono io però.

Bevi un po' d'acqua e ti riaddormenti sulla tua poltrona.

Non respiri più tanto bene.
Non ci avevo mai pensato che ad un certo punto il tempo qui non sarebbe più scorso con le tue sigarette, che lo avrei misurato in fazzoletti di carta.
- Soffia due volte, non si butta via subito
mi dicevate quando ero bambina.
"Che schifo", pensavo.
Invece devo dire che ora come ora un fazzoletto fradicio sa fare una grande compagnia.
Tu sonnecchi ancora e io allora scrivo, che devo fare.

Ogni tanto parli.
- C'me va' lo studio?
Non serve che io risponda, tanto non capisci più.

Penso che non resta troppo tempo ed è proprio quando finisce che si torna a pensare a tutto quello che è passato, che se è tanto il mio trascorso con te chissà quanto lungo è lo stato con altre persone.
Ad ogni modo, ora qui siamo solo noi.

Come è lento questo arrivo.
Come gli ultimi metri di una corsa che ti ha sfinita, come quando entri nella stazione di Bologna, il viaggio è stato snervante, ad un km dal binario il treno rallenta tantissimo e tu vieni preso da quell'impaziente smania di scendere per adartene via e sembra non finisca mai anche se è solo quel misero km.

E io ho un po' di smania impaziente e un po' di paura perché quando smetterai sul serio con quel russare vuoto dopo le poche centinaia di metri che ti restano si presenterà il conto della corsa fatta fino a qui.
Si paga in ricordi che devi scaricare giù dal vagone.

Ti vuoi alzare nonna?
Il bastone non lo puoi usare più e arriva la badante che sa come si fa, ti prende per le mani e ti alza al volo e pare che ti spezzi ma invece la tua fibra è di vecchio vimine che faticosamente ancora si flette e un giro attorno al tavolo lo fai alla grande.
Oddio, ti addormenti grossomodo a metà, ma con quello che hai corso nella tua vita un sonnellino alla seconda curva direi che lo meriti.

Con il camminare ti si riavvia un po' il sistema, come un vecchio pc che ha ancora qualcosa da computare.
La voce ti esce a fatica, i suoni inciampano.
- Quanti ne 'biamo oggi?
Ti faccio segno di due, non so se poi vedi
- Ah ventidue, ventidue. Ma di che mese?
- AGOSTO
Quando strillo a tratti mi senti
- 'gosto?
- Sì
- Pf, ma va là. Maggio o Giugno?
- GIUGNO
- Ah, bene-bene maggio
Come vuoi tu.

Ti riaddormenti.

La badante cerca di dire qualcosa di carino perché piango da un po' ma è una di quelle donne dell'est infide come la vodka e fredde come il suo bicchiere e ad un certo punto si chiede perché tu abbia tanta paura di morire.
"I'm so sorry for her but she's so old, I don't understand why she's so scared".

Bah, badante rubiconda dall'aria vagamente minacciosa, non lo so.
Forse perché nella sua vita l'ha scampata così tante volte da trovarsi irritata di essere all'angolo: in fondo il suo unico errore è stato lasciar correre gli anni ma si sa che la morte è un nemico paziente e finisce col vincere sempre.
O forse ha paura come l'avrebbe chiunque al posto suo, come forse l'avremo noi.

- Give her this. She always eat this.

Mi passa una caramella che nemmeno sapevo ti piacessero, chissà quante cose non conosco di te.
Meglio così: sei sempre stata troppo stronza per i miei gusti, quindi preferisco non averne del tutto idea, come è sempre funzionato in casa nostra e in tante famiglie.
Silenzio su quello che non sta bene.
Ogni tanto mi sembra di appartenere alla famiglia Gambino.
Ogni tanto mi sembra che a forza di non sapere, io sia l'unica che ha avuto la possibilità di perdonarti, un po' anche per gli altri dai.

Prendi la caramella, la giri faticosamente tra le dita, la passi sulle labbra.
Le dai una leccata e me la rendi.
Grazie.
- Le credenze
- Eh? Quelle lì di legno intendi?
- Lavale
- Anche no
- Le credenze lavale con il sapone.
- D'accordo.

Poi ti spegni di nuovo.
E io mi guardo attorno.
La polvere sul tavolino racconta che non ce la fai davvero più: vent'anni che ti pisci addosso - o a terra, o dove simpaticamente capita - ma la polvere su quel tavolino davanti al divanone in pelle marrone non c'era mai stata.
Hai sempre avuto una scala di priorità tutta tua.
Che in fondo è un po' anche la mia e sono sicura che se un giorno dovessi scegliere come impiegare il mio tempo tra l'andare al gabinetto e custodire quelle foto, sceglierei le foto.

- NONNA DEVO ANDARE
- mh?

Tu non mi senti e non mi vedi nemmeno più, dai ammettiamolo: le batterie sono finite.
La badante ora mi guarda e dice cose strane in un inglese troppo stentato perché possa capirla chiaramente, e poi sono un po' rintronata.
Pensa che io sia così "sensitive" a piangere da un paio d'ore a questa parte, ma non è che ci sia tanto da trovare tenere le mie lacrime, però lei non ne conosce il motivo reale.
Domani ti uccidiamo.

Non come sarebbe umano fare, lasciandoti lì ad addormentare.
Ti portiamo via da casa tua, in un ricovero insieme ad altri, come nelle sale d'attesa affollate dei dottori inutili, come in coda per morire fuori dai coglioni.

E allora domani piangerò un altro po'.
In memoria di quello che so, per scusarmi di domani, per ricordare quello che tu non puoi più sapere.

- Stop crying, she's old.
- Yes, sorry if I cry.

A domani.

8 commenti:

  1. Tazza...non è un posto così orribile dove andare..la memoria del se fa cilecca..mia nonna credeva di essere in villeggiatura...e vedeva il marito, vedova di guerra, in ogni infermiere.
    Per quel che l'ho vista, mi è parsa felice, più felice di quando era a casa con una badante alla vodka.
    Ridi Tazza, di tutti i pensieri felici fatti con lei e accompagnala con serenità.

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  2. Tazza, l'ho fatto anch'io, tanti anni fa. E tutto da sola, perché gli altri, gli adulti di casa, han consentito che fossi io a dar di matto e a chiamare l'ambulanza che ha iniziato il viaggio - da casa all'ospedale, e poi dall'ospedale alla casa di cura - di una nonna vecchia come una bisnonna, forte come una quercia, dura come un sasso, smanierata come un elefante, che mi aveva cresciuta e fatta vivere, con tutti gli inconvenienti e gli accidenti del caso, e che aveva gradatamente smesso di essere lì insieme a noi, non ce la faceva più, era troppo stanca, ma non abbastanza da morire.

    Quando è morta non c'ero. E non ho voluto vederla neanche dopo.

    Ti abbraccio forte, forte, forte.

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  3. mi vien solo da offrirti una birra e una sigaretta, che son momenti di merda che non auguri a nessuno

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  4. Sorry se piango anche io.
    Ho ritoccato i miei ricordi, grazie.

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  5. E quando sarà, chiedile tu:
    "Vèt via?"
    e poi un abbraccio anche da parte mia.

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  6. ora no. domani forse. bacio.

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