martedì 3 maggio 2011

Oggi un profumo mi ci ha fatto ripensare

Aveva un profilo aquilino, l'espressione molto seria, gli occhi un po' spioventi, le guance che scendevano morbide verso il basso senza mai cadere.

Trovavo divertente la sua auto: un piccolo fuoristrada rosso che strideva incredibilmente con la sua immagine di vecchio signore munito di valigetta, ma io all'epoca non conoscevo ancora il termine "Stridere", allora pensavo che mi faceva ridere e basta.



Occupava un locale di fronte al vecchio forno dei miei, non ricordo la prima volta che ci sono entrata ma non importa perché sono state tante.
La vetrina che dava sulla strada era coperta da tendine verde chiaro a listarelle.
All'interno quasi tutto lo spazio era riempito da tre scrivanie, che disposte insieme alla parete a destra disegnavano un quadrato ampio, dove lui si muoveva tra tonnellate di scartoffie su una delle sue due sedie con le ruotine.

Sull'altra spesso c'ero io.

L'altra parete era occupata da tre sedie per i clienti, un paio di schedari e forse altro che non so più.

Ma la cosa più bella erano, in mezzo a quelle pile di carte noiose che non sapevo leggere, le tre macchine da scrivere.
Lui, tutto serio e composto, parlando a voce bassa, m'insegnava a inserire la carta, a battere sui tasti, a riportare indietro il foglio quando scappava troppo avanti.
tic.. tic.. tic.. tic
- Sono lenta
- Imparerai.

Indossava sempre un maglione dal quale sbucavano un'educata cravatta e una camicia bianca rigorosamente inamidata.

E la luce dentro a quella vetrina era giallina e di crepuscolo a qualunque ora del giorno.
Era uno studio d'assicurazioni, mi avrebbero spiegato con il tempo.

Lì dentro c'era odore di carta, di colla liquida, di francobolli e di spugnette appiccicose, di un po' di polvere e tanto inchiostro.
Aveva sempre un'unghia un po' lunga, per sfogliare i blocchi di fatti altrui che andavano sistemati credo.

Mi sorrideva sempre, che se non fossi stata bambina avrei creduto fosse una smorfia quell'increspare la bocca a scomodare un viso tutto solenne e immobile.
Penso di aver sempre capito bene però.

Dopo qualche anno da che sono cresciuta quanto bastava per non passare più lì interi pomeriggi, aveva chiuso il suo studio, smesso di parcheggiare il fuoristrada rosso di fronte a casa mia, diventato ancora più vecchio.
Come una quercia, come era sempre stato, solo più immobile.

E aveva smesso di venire a salutarmi, io di portargli i biscotti, le persone della via di dire "Andiamo a chiedere al Dottore della Posta".
Non so come si chiamasse.
L'ho sempre chiamato così.

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