lunedì 29 novembre 2010


Lillà camminava lungo il marciapiede di una stazione che non ricordava quale fosse.
Attorno a lei sfilavano visi che le pareva di aver già visto da qualche parte ma non avrebbe saputo dire dove e nessuno  la riconosceva.

Forse per il caschetto davanti al viso.

Senza comprare alcun biglietto si era diretta al binario quattro e salite le scale si era era appollaiata sul largo corrimano di cemento che riportava al sottopassaggio.

Leggeva un libro che aveva perso la copertina, non le importava quale fosse il titolo.

"Per ogni passo che metterai avanti all'altro, fermati e profondamente respira.
Annusa l'aria che passa di lì perché proviene dalle direzioni che ti si aprono davanti.
Fermati e annusa.
Chiudi gli occhi e avanza seguendo la giusta scia
".

Se avesse saputo che pensare lo avrebbe fatto.
La sua mente era vuota, attorno a lei tutto continuava a muoversi.
Forse le sarebbe piaciuto rileggere un vecchio libro per bambini che iniziava suppergiù dicendo: "Che cos'era la felicità? Rick stava seduto sul pavimento di una stanza buia e fredda e se lo chiedeva come un ritornello 'Che cos'era la felicità, che cos'era la felicità, che cos'era la felicità'.
Chissà quel libro dov'era finito.

Il suo viso era immerso tra le pagine un po' rovinate e un treno alla sua sinistra si avviava ad uscire dalla stazione e alla sua destra un altro entrava.
Con la coda dell'occhio Lillà vedeva da una parte tutta la scena andarsene e dall'altra tutta arrivare e i treni erano carichi di persone con tante di quelle facce dietro i finestrini e sul binario si alternavano odori di fumo e panini e troppe spruzzate di profumi scadenti mentre ai suoi fianchi le scene slittavano e per lei era troppo.

China verso il basso prese a vomitare.


- Chiara che c'è? Cristo, alzati da lì.
Angelica, porta degli stracci, porca miseria Chiara ha vomitato e non so se lo abbia capito.
Dai Chiara, devi cambiarti, su.

Tutto era scomparso in un conato e Lillà era tornata nella sua stanza bianca con Francesca e Angelica che le si affaccendavano attorno e nessuna voglia di muoversi.

Angelica era un tipo risoluto, aveva più o meno 25 anni ed era snella e nervosa, bionda e sorridente e con poca voglia di commiserare le persone.
- Dai Chiara, muoviti. Chiara? Mi senti? Pensi di restare a terra nel tuo vomito per molto ancora? Perché la cosa è schifosa e preferirei ti dessi una mossa. Muoviti!

Francesca doveva avere una decina d'anni in più e nonostante lavorasse in quel posto fin da subito dopo la laurea non riusciva a far l'abitudine agli ospiti giovani.
Le dispiaceva troppo vedere persone con tutto il tempo del mondo davanti buttarlo via come se non servisse.
Aveva capelli castani morbidi lunghi alle spalle legati in una coda alta e due bambini alla scuola elementare e guardando quella ragazza tanta apprensione per loro.

Chiara era lì da quasi 4 mesi.
Per Angelica era troppo tempo da passare in uno stato simile, per Francesca così strano da capire come lei ci fosse finita.

Per Chiara non sarebbe cambiato nulla fossero stati anche quattro anni o solo quattro giorni.
Lo scorrere non lo sentiva più, le ore erano relative al ritmo delle sue sortite che solo lei conosceva, ogni minuto era legato al tempo necessario a dipingere a fantasia libera altre passeggiate sul muro vuoto della stanza, giri in autobus e letture sui binari.
Restava seduta sul letto e lo fissava per ore, quel muro.

Qualcuno ogni tanto si fermava a guardarla borbottando commenti, ipotesi cliniche.
Lei non ascoltava e proseguiva nei suoi giri lontani.

Tutto quello che immaginava era un misto tra ipotesi e ricordi.
Ogni tanto i ricordi di contorno riempivano la scena portandola a sentirsi sopraffatta e reagiva male, vomitando o tremando violentemente per diversi minuti.

Francesca trovava inquietanti i suoi momenti di crisi perché non capiva da dove nascessero e non sapeva come gestirli ma nel caso preferiva non chiamare Angelica quando poteva perché nel suo pragmatismo aveva deciso che il modo migliore per attirare l'attenzione di Chiara quando non reagiva fosse schiaffeggiarla un po'.
Non le piaceva l'idea.

Non sapeva che a volte Chiara era grata di quei colpi.
Altre volte non li sentiva nemmeno.

- Finito?
- Sì, finito.

Mentre Francesca aiutava Chiara a cambiarsi, Angelica aveva pulito il pavimento e cambiato il copriletto.
- Bello schifo che aveva fatto. La stanza puzzerà di candeggina per qualche ora, portala di là che lascio aperta la finestra per un po'.

- Ok. Chiara, andiamo che qui diventa un frigorifero.

Chiara rimaneva in piedi sulla soglia del bagno della stanza dentro ai suoi vestiti grigi, ferma.
Quasi tutti i suoi vestiti erano grigi, le era piaciuto da sempre quel colore.
Non voleva lasciare la stanza: negli altri ambienti in cui a volte la facevano stare non c'erano muri bianchi.

- Francesca, portala via che qui si soffoca!

'Esagerata' pensò Francesca.
- Su Chiara, andiamo.

Lentamente prese a seguirla.

Fosse stato un giorno qualunque di pochi mesi prima, le si sarebbero riempiti gli occhi di lacrime pensando che non avrebbe potuto arrivare all'ospedale quel pomeriggio.
A pensarci, fosse stato un giorno qualunque di pochi mesi prima, non si sarebbe trovata lì.


 











 

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