giovedì 25 novembre 2010

Camera bianca.


Lillà aveva un caschetto scuro e tortuoso che le invadeva continuamente il viso e i suoi occhi grigi ci s'immergevano che parevano in apnea tanto erano grati di emergere quando qualcuno ne richiamaval'attenzione.

Era esile e arrabbiata e stanca.

A volte saliva su un bus senza bisogno di andare da nessuna parte, si sedeva in un posto maleodorante come un altro e canticchiava i pezzi che il lettore mp3 tutto graffiato le iniettava in testa.

Non conosceva i titoli della maggior parte delle canzoni che sapeva a memoria perché le scaricava a caso e non le importava come si chiamavano o di chi fossero.
Le piacevano e basta, funzionava così anche con le persone secondo lei: non importava da dove venissero o chi fossero, o il cognome della loro famiglia che in quel paese di provincia pareva una cosa tenuta molto in considerazione.
Le piacevano per il sorriso, per come muovevano le mani, per come la guardavano.

Di tutto il caos al quale la musica si aggiungeva avrebbe voluto scrivere, peccato che non sapesse farlo.

Lungo la strada il bus vibrava e arrancava e le mostrava un pezzo di mondo che conosceva molto bene: i campi appiattiti, il fiume, qualche uccello di palude che nei giorni di sole era bello e in quelli di nebbia lugubre come tutti gli alberi da frutto spogli, in quella stagione.

Quel giorno non poteva permettersi oltre poche fermate, ed era appena salita - pensava - che già arrivava il momento di scendere.

Alla fermata un paio di donne a capo coperto con l'irrinunciabile stuolo di piccoli figli marroncini, un paio di anziani con le loro sorridenti badanti bionde, un paio di ragazzetti che sarebbero dovuti essere a scuola e un cielo troppo grigio per ricordare che il giorno prima forse era stato azzurro.

La divertiva senza risate l'andare in giro per il posto con canzoni metal sparate a palla nelle orecchie.
Entrava in tabaccheria senza bisogno di toglierle e immaginava che fosse l'anziano commesso a cantare quello che qualcuno strillava in cuffia, mentre lui le chiedeva cosa desiderasse, sottolineava che la brutta stagione era arrivata, le dava il resto e la salutava.
Conosceva il copione a memoria dopo tanti anni, non le serviva ascoltarlo ancora.
Come lui conosceva il suo: avrebbe preso il tabacco e, uscita di fuori, rollato una sigaretta molto sottile che sarebbe stata fumata rapidamente da lei e dal vento mentre oscillava sul posto a ritmo di non si sa quale canzone moderna.

Una volta spenta la sigaretta fumata in fretta, si era diretta all'ospedale.

Le erano sempre piaciuti quei posti, con quell'odore penetrante e il viavai di personale sbuffante, persone che sembravano avere una missione importante da portare a termine e lo sapevano bene ma preferivano aggirarsi per i corridoi con aria infastidita così, per darsi un tono.
Trovava rilassanti i colori e teneri i quadretti di familiari che si stringevano attorno a chi era ricoverato, a volte era l'unica occasione nella quale questo succedeva.
C'era sempre qualcuno con cui volendo avrebbe potuto attaccar bottone, anche se non lo faceva mai.

La cosa che non le piaceva è che a volte le persone ci entravano per non uscirne più.

La stanza nella quale era diretta era una singola e la cosa era bella perché poteva parlare e tacere con lei senza che altri li disturbassero.

- Ciao
- Ciao, chi c'è in giro oggi?
- Le solite persone di sempre che comprano cose inutili al mercato, così poi possono andare al bar domani mattina a lamentarsi che ormai anche il mercato è troppo caro. Come ti senti?
- Ricoverata. Tu?
- Boh
- Mi porti in cortile?
- Non posso, è troppo freddo per te.
- Allora portami a guardare il cortile.
- Se ti va.

Nei corridoi di un ospedale di paese tutti ti conoscono, tutti sanno perché sei lì e tutti ti fissano.
Nessuno ti saluta.

- Simpatici come sempre. Come mai sei venuta a trovarmi?
- Vengo tutti i giorni.
- Appunto, quale sarebbe il motivo?
- Penso che potresti annoiarti allora vengo qui.
- Non hai di meglio da fare?
- No.
- Allora ok, però non potrai venire qui per sempre.
- Muori?
- Non nell'immediato. Mi dimettono tra qualche giorno.
- Ok, meglio così. Che ci trovi di bello in questo cortile?
- Niente, ma magari non è ancora il caso di smettere di cercare.
- Buona risposta.
- Adesso va a casa, mi faccio portare su da Carlo così è contento di potersi rendere utile, pazzesco: l'unico tirocinante che vorrebbe essere sfruttato al mondo e non ne approfittano.
- Brava, sfruttalo tu. A presto.
- Ciao Lilla.

Lillà mentre usciva dall'ospedale aveva nella testa tutte le cose che non riusciva mai a dirle.
Per lo più se ne stavano in silenzio a guadare fuori e si scambiavano le solite poche parole spalmate in un ora.

Quando lei le chiedeva come si sentisse la risposta vera le restava sempre i gola, come incastrata nelle tonsille: "Male e mi sento scema perché non so cosa mi faccia male dentro, è come se un pezzo si fosse rotto e non sapessi quale, sciocca perché ormai sono grande e non dovrei più pensare a queste scemenze, stanca di tutto tranne che degli autobus, triste perché a quello ho voluto un sacco bene e lui me ne ha voluta la quantità necessaria a stropicciarmi le lenzuola, mortificata da non sapere come rimediare ai miei disastri".

Era un bel groppo da tenere in gola.

Forse domani gliele avrebbe dette.
Domani, ci avrebbe pensato se prendere coraggio e dirle queste cose, ci avrebbe provato.
Che lei non avrebbe capito e proprio per questo l'avrebbe aiutata.
Senza volere lei aveva sempre tutte le risposte e a Lillà che fossero giuste o sbagliate poco importava.

 










 

6 commenti:

  1. uno scritto bello, così bello che lo hai messo su due volte. bene, ora leggo l'altro.

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  2. A mezzatà, lo hai già preso il caffé?

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  3. ho fatto una "tortina-sveltina" ne vuoi?

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