venerdì 24 settembre 2010

Una storia che una volta ho sognato

Camminavano uno a fianco all'altra.
Fin lì tutto bene.

Camminare guardando avanti regala quasi sempre quel senso di sicurezza, per una destinazione vicina o per un percorso conosciuto che sai dove ti porterà, anche se poi non è detto sia vero.
Soprattutto se si tratta di una bella giornata.
Ogni tanto però si fermavano a guardarsi.

Lillò lo guardava Frì e lui la guardava, Lillò.
E d'improvviso si perdevano.

Lillò non sapeva più dove fosse e pensava "Cazzo.. cazzo.. cazzo.. !"
Ma non come sconcezza: è che la sua era una generazione tutta un po' grezza e quando era terrorizzata e sperduta mica stava a giudicare la finezza dei propri pensieri, ma non voleva apparire quella volgarotta che 'ste cose poi le dice o mostra di pensarle e allora cercava di rimanere immota in modo che lui non potesse accorgersi dello sboccato e confuso vacillare dei suoi pensieri.

Frì la guardava come se studiasse quasi indispettito qualcosa di cui non capiva la forma né il perché lo interessasse e di sicuro era molto più tranquillo e poi cambiava tutto: il viso di lui prendeva d'improvviso un piglio sornione che era solo un altro vicolo per Lillò sconosciuto nel quale si sentiva di camminare sola.

Ma nemmeno per lui era facile trovare l'uscita del viso di lei.

Allora poi Lillò, come stesse facendo un salto dentro a un buio incapace di garantirle un atterraggio indolore, voltava di scatto la testa chiedendosi, sempre con intercalari sconci, quanto fosse rossa.

Subito attorno a loro si rimaterializzava la città, con il marciapiede aperto sulla strada alla loro sinistra e una dentiera di palazzi alti e storti a destra e il sole del pomeriggio presto che l'ingialliva.
Entrambi a guardare avanti ripensando un po' a quell'altro posto in cui vicendevolmente ognuno si perdeva che era di quelli che danno quei brividini ancora non chiari.

Poi non c'erano più parole o pensieri da raccontare, nemmeno quelli maleducati di Lillò, nemmeno quelli calcolati senza tornare di Frì.

C'era Frì che si accendeva di scatto una sigaretta tirando con forza, lo sguardo basso che già con la mente chissà dov'era andato a finire.
C'era Lillò che guardava un po' lontano e un po' in su reggeva la sua borsa ma aveva voglia di guardare Frì e intanto si chiedeva come fosse arrivata lì.

E continuavano per pochi passi, affiancati senza quasi sapere se avrebbero dovuto, pensando ai bivi che si trovavano davanti e dentro.


Poi, come per caso, Lillò guardava Frì e Frì guardava Lillò e si apriva di nuovo la porta di freschi viottoli senza ritorno.

Come erano finiti insieme lì?

Lillò ci ripensava mentre era persa a percorrere in equilibrio i solchi leggeri della fronte perplessa di Frì badando di non cadere nell'ombra delle sue occhiaie ripetendo tra sé "Cazzo.. cazzo.. cazzo..".

In fondo, anche arrivare lì, non era stato altro che perdersi in un tempo irreale per lei, privo di senso e per questo bellissimo.











2 commenti:

  1. La pioggia che ferisce la mia finestra pare  lontana, ora. Perfetto.

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  2. a proposito di spacciatori, tu vuoi spacciarti per una menesbattista ma in fondo in fondo sei una romanticona. Non rispondere se vuoi almeno ho la consolazione che stai sorridendo...

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