mercoledì 21 luglio 2010

Una storia che ricorderemo in troppo pochi.


Quando ho conosciuto Bruno lui doveva avere circa 7 anni, o forse poco meno.

Ricordo di lui da piccolo i capelli castani di ricci fitti, il tondo pieno del viso e gli occhi marroni molto grandi immersi in ciglia così lunghe, portava vestiti vecchi e un po' rovinati, aveva una mountan bike troppo grande per lui e le sue gambette e una capacità di rompere le palle da primato indiscusso.

Sua sorella aveva all'epoca un anno meno di me, credo 11 o 12 anni e se lo portava appresso tutto il giorno perché la mamma, una donna brasiliana alta e nervosa con tratti del viso fini e un'espressione molto dura capace di intimorire tutti noi, non se ne occupava granché.
Penso lavorasse.

Bruno era di papà italiano, che ho visto una volta in tutta la vita e nemmeno troppo volentieri, la sorella invece era tutta brasiliana, formosa e morbida, sempre in gonna o pantaloni corti, anche d'inverno senza calze.

Sorrideva sempre e pareva non fosse particolarmente sveglia ma non si poteva fare a meno di trovarla piacevole, così gentile e solare.

Conciata in modo assurdo ma gentile e solare sul serio.

Le giornate passavano nel cortile dell'oratorio ed eravamo in tanti a trovarci lì, di età diverse, chi ad organizzare e chi a partecipare ad iniziative di vario genere.

Era bello, siamo stati felici credo.

Bruno all'epoca era troppo giovane e ingestibile per partecipare in alcun modo ma lo tenevamo comunque con noi perché in fin dei conti chiunque veniva accolto. 

Lui correva, distruggeva anche non volendo, scassava l'anima e giocava con tutti i presenti.

Ci provava sul serio a stare zitto e buono e lo vedevi fermo, in un angolo, a lavorare sul trattenersi con aria compunta e spirito convinto.

Passavano cinque minuti e aveva fatto un danno.

Ne passavano dieci e ne aveva fatti otto.
Da un lato quasi stimavo la sua capacità di rompere i coglioni a livello esponenziale, dall'altro non lo soffrivo.

E giù insolenze - moderate - e qualche tirata d'orecchi che non era mai abbastanza.

Spesso capitava, soprattutto nelle serate invernali, che sua sorella dovesse andarsene prima di lui per gestire parte del menage familiare quindi lo riaccompagnavamo a casa in due o tre, che eravamo di strada.

Ci affiancava con la sua bicicletta, a passo d'uomo ascoltandoci o chiaccherando con noi, il più delle volte esordendo in modo del tutto fuori luogo ma si sa: era piccolo.

Quel viso che ci guardava dal basso un po' curioso di capire come entrare nei nostri discorsi non l'ho mai dimenticato.


Poi gli anni sono passati e ci siamo divisi e persi nel nostro paese.

Avevo passato così tante estati insieme a ragazzini più piccoli in quel cortile di cemento che capitava spesso, nell'autobus per arrivare all'università, di incontrarne alcuni che scendevano all'istituto professionale qualche fermata dopo casa.

A volte, quando il sonno delle 6.40 non aveva bisogno di musica sparata a palla nelle orecchie per andarsene, chiaccheravo con loro e spesso Bruno c'era.

Lo incrociavo quasi ogni giorno ed era diventato un adolescente bello e trascurato: alto e scuro, un corpo ben fatto sovrastato da quel viso ancora di bimbo perché i suoi occhi sono sempre rimasti gli stessi e mi parlava dei suoi progetti, della scuola e degli amici.

Era diventato un bravo ragazzo, timido come un po' era sempre stato, pacato e irrequieto.

Lo ascoltavo, chiedevo le novità e lo salutavo con le solite raccomandazioni.

Un tardo pomeriggio quell'idiota si è fermato a Ferrara, ha incontrato tre o quattro ragazzi che conosceva di vista e mandato un messaggio alla mamma dove diceva avrebbe dormito fuori, ha fatto serata con loro.
Un ragazzo italiano, tale Nicola, un ragazzetto albanese e uno di diversa nazionalità ancora, anzi, forse due.

Beh insomma parte il momento afro con qualche canna che gira, un po' di stronzate immagino e ovviamente a questa manica di dementi tra i 17 e i 19 anni viene fame.

Quel genio di Nicola allora, dall'alto dei numerosi problemi che aveva già causato al mondo, suggerisce - perché no - di introdursi in una sede Caritas e di prendere qualcosa da mangiare.
Nicola in quel caso era il capo della situazione, quello che proponeva si faceva.

E allora tutti alla Caritas!

Arrivati lì, i due ragazzetti di nazionalità che non ricordo decidono intelligentemente o codardamente - che a volte è lo stesso - di tirarsi indietro.

Il ragazzetto albanese continuava a farsela sotto.
Bruno voleva andare a casa ma si trova a 30 Km di distanza senza mezzo di trasporto, a 17 anni e ormai s'era fatta notte.
Nemmeno era in chimica lui: mica aveva fumato.
Lo so perché lo diceva l'autopsia.

Insomma questi cretini entrano e Bruno non avrebbe voluto.
Lo so perché lo ha detto il ragazzetto albanese ai carabinieri.
Quel figlio di puttana di Nicola no, non ha detto niente.

Prendono quello che c'è da prendere, Nicola decide.
Decide anche che per portarsi via la roba con più comodità forse è il caso di prendere in prestito il furgoncino della parrocchia, per poi tornare a casa e dividere refurtiva.
Salami, scatolame e cose simili, proprio una refurtiva del cazzo.

Bruno dice che non vuole prendere cose, gli basta tornare a casa.
Nicola acconsente, non sa guidare ma sale al posto del conducente, il ragazzetto albanese al suo fianco e Bruno nel vano con i salami.

Partono, l'imbecille non capisce un cazzo di tante cose ed evidentemente nemmeno di rotonde e ne prende una troppo velocemente incagliando la ruota non so bene dove.
Non riesce a controllare il mezzo, nemmeno so se ci abbia provato e iniziano a girare.

Immagino il rumore, in una strada di periferia deserta verso le due del mattino.

I due escono dall'abitacolo ribaltato, saranno stati un po' confusi.
Aprono il vano dietro, tutto è a soqquadro e Bruno giace in mezzo a tonno in latta e bottiglie, con la testa aperta e il sangue che esce a fiotti.

Nicola dice che si deve scappare per i campi.
Il ragazzetto albanese, povero gregario senza palle e spaventato resta reticente per un po' poi lo segue.

Scappano per i campi al buio e tornano ognuno a casa propria, ma il ragazzetto non è un pezzo di merda fino in fondo e appena arrivato nel suo cortile prende la bicicletta per tornare alla rotonda dove avevano lasciato il furgone.
Ah sì, anche Bruno.
Comunque era passato già del tempo.

Pedala al buio, era anche freddo.
Non ricordo esattamente il mese.
Lo so perché al funerale ci sono andata con la giacca.

Arriva alla rotonda ma tutto è stato portato via: un passante aveva già chiamato i soccorsi.

Bruno è morto dopo sei ore di coma al S. Anna.
Con una mamma severa e una sorella che rideva sempre a piangere in corridoio.
Dopo che era stato lasciato solo come nemmeno un animale si lascia, a pisciare sangue dalla testa nel retro di un furgoncino della parrocchia.

Non aveva molti amici, era un po' un buon sfigatone e ha sbagliato a seguire questa gente.

Non lo scrivo perché era un mio bambino, perché la sua espressione da piccolo su quella bicicletta non la dimentico o perché l'ho visto crescere.
Lo dico perché era un bravo ragazzo.
Perché camminava sempre di fretta sotto i portici e mi salutava di sfuggita, seduta al bar che ci ho messo un mese a capire chi fosse che mi chiamava e subito non c'era più.
Perché in corriera mi parlava dei suoi progetti ed erano belli.
Perché lo conoscevo da quasi tutta la sua vita e anche da quasi tutta la mia.

Penso sia stato bello che i giornali della zona gli abbiano reso giustizia dipingendolo com'era.

Credo che siamo una massa di fighetti stronzi pronti a puntare il dito, che nessuno del mio giro lo avrebbe mai accolto per un aperitivo insieme o cose così mentre gli stronzi punto sono persone più accoglienti e non si fanno problemi a invitare uno che passa di lì, salvo poi ammazzarlo.

Si sarebbe potuto salvare.
Se non si fosse fermato con quella manica di deficienti capitanata da una persona di merda.
Se non fosse salito su quel furgoncino.
Se il ragazzetto albanese avesse avuto più coraggio.
Se avesse avuto abbastanza amici da non trovare appetibile una serata con semisconosciuti che lo hanno lasciato morire.

Se non fosse stato un bonaccione timido e incosciente senza fiducia o stima di sé al quale non pareva vero che qualcuno s'interessasse a lui.




http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/2010/02/03/288217-bruno_amico.shtml

http://www.estense.com/maxi-condanna-per-chi-abbandono-il-17enne-019602.html


8 commenti:


  1. l'ultimo se mi fa proprio pensare ... credo che la vita non ce la scegliamo, ci cade addosso insieme al carattere. Ce lo affibbiano i genitori quando ci trattano in un modo piuttosto che in un altro e in fondo non possiamo farci niente, se non hai fiducia in te non ce l'hai e basta, puoi vivere di piccoli successi personali ma ovunque ci sarà sempre qualcuno pronto a buttarti giù e basterà niente per finire coi primi imbecilli che ti filano e non sono neanche disposti a socoorrerti dopo un incidente... mah...
    un abbraccio

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  2. Questo post è vero quanto è un vangelo è falso, cristo di dio.

    E queste storie, ne ho viste tante, mi fanno incazzare a morte. Perché proprio dopo una vita in cui nessuno ti caga, vai a finire male o comunque a rimetterci quell'unica volta in cui qualcuno ti ha cagato.

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  3. Quindi te la fai con i ragazzini, eh? sporcacciona.



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  4. La vita è amara e imprevedibile Certe volte non riesco a starle dietro. Hai scritto un pezzo bellissimo su Bruno. E' un peccato che non lo possa leggere anche lui.

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  5. straziante, dico davvero, quel Bruno somiglia a un sacco di gente che ho visto fare la stessa fine a causa dell'indifferenza di stronzi come me.

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