domenica 4 luglio 2010

Troppo lungo da leggere, scorretto random di una vecchia storia.


Non so per quale ragione, in modo inversamente proporzionale a quanto terrorizzo i miei coetanei, sortisco inusitato successo con gli ultrasessantenni.
Per non parlare dei settantenni: mi adorano.

Mi siedo con loro fuori dal bar nel quale lavoravo, arrotolo una sigaretta, mi guardano e dicono:
"Vèda mò la fà i prillon cumpàgn à 'na vòlta"
(guarda che fa le sigarette arrotolate come una volta).
Poi promettono che se togliessi il piercing mi porterebbero fuori a mangiare il pesce e a ballare stretti stretti come si faceva negli anni della loro gioventù quando le donne portavano d'estate vestiti morbidi con la gonna che faceva la ruota e per strada c'era tanta gente in estate e nelle balere con le luci soffuse un po' tutti s'innamoravano.

Io glielo spiego che non è proprio il mio genere di serata, ma loro viaggiano nella memoria e un po' fantasticano e un po' raccontano e mi piace anche se a volte è tutto molto triste.
E forse un po' mi piacerebbe averlo vissuto.

Mi piacciono i miei vecchi.

Se non avete mai letto Cronache di Poveri Amanti, di Vasco Pratolini, fatelo perché è molto bello e perché è l'unico libro leggibile che abbia scritto.
Ad ogni descrizione di quei personaggi riconoscevo ora la mia dirimpettaia, ora il vicino burbero ma sotto sotto d'indole gentile e cose così.
Rivedevo la strada nella quale sono cresciuta: una via piena di persone legate da intrecci sordidi e teneri, amicizie e antagonismi che quando sei bambino e non concepisci che la vita altrui sia iniziata prima del tuo arrivo non puoi capire davvero.

La mia famiglia aveva una bottega, e tutti ci si conosceva e io giravo per le case dei vicini come fossero un po' mie.
Di fronte alla bottega, in una casa che sembrava sconfinata e che andava a concludere l'ingresso buio ed umido in un grande giardino interno dal lato opposto all'entrata, viveva la Iana.
Si chiamava Liliana ma per noi era Iana.

Era stata la prima  - e unica per diversi decenni - ragazza madre che aveva aperto un suo negozio di pasta fresca nella nostra cittadina.
Aveva cresciuto da sola la sua bambina che poi è diventata una donna come lei: alta, con gli occhi affilati che pare ridano sempre un po' e un grande seno da mamma e polsi e caviglie sottili da donna.

Il giardino interno, come tanti nel mio paese, sembrava enorme a me che ero una bambina piccoletta e ci passavo pomeriggi sbuffando perché mi facevano foto in mezzo ai fiori o a fissare tranquilla le tartarughe e i gatti.
Sì ero una bambina un po' autistica.

Nei pomeriggi freddi restavamo nel suo salotto dopo che mi aveva fatto i Sofficini e giocavamo a Memory o mi leggeva la favola di Peter Pan anche se sapevo leggere fin da molto piccola, perché letta da lei mentre fumava una quantità spropositata di sigarette, aveva tutto un altro gusto.

In estate mettevamo nello stretto marciapiede davanti al suo ingresso tre seggiolini foderati di rosso come era abituata a fare da sempre con le persone che erano transitate nella sua vita e giocava con me.

Ripensandoci adesso mi verrebbe voglia di tornare indietro e chiederle di raccontarmi di sé anziché vederla rassegnarsi a comprare i miei pacchiani gioielli immaginari, che descrivevo in modo accattivante finché lei non cedeva nonostante i prezzi astronomici che proponevo.

La casa era grande ed umida e con numerose stanze che ho visto solo una volta e immagino ancora grandi e scure.
Quando i suoi genitori erano vivi dormivano in quella dritta dalle scale al primo piano, a fianco la nonna e poi quella dei suoi fratelli, dall'altro lato dell'atrio.



La sua stanza era nell'altra ala della casa.

Con il passare del tempo quella casa era diventata troppo grande per lei sola, e anche il giardino troppo faticoso da curare e non aveva più tanta voglia di venire al bar a mangiare un gelato Fiordilatte con me.

Così si trasferì in un appartamento piccolissimo, ma davvero piccolissimo, in fondo alla stessa via, riempiendolo prima di fiori e delle tonnellate di statuine di ceramica che ritraevano donnine con un cesto di fiori, poi di nipoti che andavano e venivano e che di quelle statuine rappresentavano il nemico naturale, poi di giornaletti televisivi che stavano diventando il suo mondo e infine di badanti che si davano il turno.

Nei pochi anni che aveva passato lì aveva dovuto smettere di tornare a curare il suo giardino e dato che non aveva molti altri motivi per aver voglia di camminare, le gambe si erano fermate.
Erano state loro a decidere ma lei non ammetteva che in fondo le andava bene così.

"Sono andata la settimana scorsa e le mie tartarughe erano tutte morte. Sono stati i topi: hanno lasciato solo il guscio".

Era amara e triste e realista e mi piaceva, finché ho avuto 18 anni, andarla a trovare perché con le mie storie rideva sempre e perché ascoltando le sue respiravo momenti passati come se fossero stati anche un po' miei.
Sparlavamo delle sue badanti e ricordavamo, insieme o ognuna per conto suo.

L'ultima volta che sono andata a trovarla aveva tirato fuori una scatola di vecchie foto in bianco e nero e me le aveva mostrate seduta con me sul lato del letto per la prima volta.

"Vèda mò" aveva detto.

Sfogliandole avevo conosciuto il padre di sua figlia, i suoi genitori e lei giovane e bella da non crederci - sul serio - vestita da mondina delle risaie con dei calzoncini corti corti dai quali sbucavano gambe dritte e agili, la camicia appoggiata su una bella schiena e gonfia sul petto alto, annodata in vita.

Lei sghignazzava un po' curva, con la sigaretta tra le dita bullandosi civettuola di quelle foto e di quanto fosse impossibile per me smettere di guardarle.

Ed è morta poche settimane dopo.
Ma lo sapevo che sarebbe morta presto, non perché mi avesse mostrato la scatola delle foto o perché la sua voglia di uscire di casa fosse finita.
Non si metteva più lo smalto.
Lo indossa in ogni altro mio ricordo, rosso ciliegia sulle mani e sui piedi e anche se non le serviva perché era alta e bella anche con tutti gli anni portati insieme al grembiule, era rimasto il suo unico vezzo per sentirsi una donna.

Mentre mi mostrava le foto non aveva più lo smalto.
Quando sono uscita da lì ho pianto un po' anche se non avevo ancora capito del tutto il perché.

Ogni tanto mi serve ricordarla.
Quando raccoglieva i suoi fiori.
Quando cucinava di spalle tra i mobili laccati di bianco - sofficini, perché dopo una vita passata a fare la sfoglia di cucinare si era un po' rotta le palle - .
Quando giocava con me seduta alla sera davanti al portone.

Quando, in quel bugigattolo in cui era finita, rideva con il viso tra le mani perché l'ultima volta che si era sentita male erano arrivati l'ambulanza - l'autolettiga - e il suo medico e mentre lui l'assisteva delirante sulla barella, lei per allontanarlo gli aveva dato una strizzata sul cavallo dei pantaloni.
Contenuto incluso.
Rideva imbarazzata sì, ma con la faccia furba di chi ama avere storie simili da raccontare.

Mi piacerebbe saper scrivere abbastanza bene da descriverla come dipinta perché anche altri possano incontrarla.

Una volta voglio togliere il piercing e andare a ballare con i miei vecchi.
Anche se, a dirla tutta, avrei preferito andarci con lei.











 


 

14 commenti:

  1. scrivere di qualcuno non è solo ricordarlo, è riconoscergli un valore, e dargli un'altra possibilità di esistere. bello leggerti.

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  2. io sono favorevole al piercing, oltre che ai vecchi (non rancorosi, s'intenda)

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  3. non è vero che non sai scrivere bene, questo post è stato un piacere leggerlo.

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  4. Che tenero questo post. Molto bello.

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  5. vero. cronache di poveri amanti è l'unico leggibile. mi piacque assai .
    poi ti volevo dire che pure io faccio strage di cuori di settantenni. Per non parlare poi della popolazione maschile sotto i sei anni.uh, loro muoiono per me. 
    il resto del post è bellissimo.

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  6. bologna.
    il po.
    la musica americana.
    le divise verdi e l'accento "ciancicato" del soldato John.
    il tabacco bruno, mica le bionde delicate di oggi.
    il salotto che restava chiuso.


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  7. Sì, il film era Eclipse, mi è piaciuto... peccato l'aria siberiana.... troppo freddo dentro la sala...l'alieno mi sa che... si è innamorato, l'ha scritto su fb, quindi hai ragione, dovrei darci un taglio e basta... ci provo.... buona giornata

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  8. Grazie, Per avermela fatta conoscere, e per avermi ricordato un po' la mia mamma modndina pure lei!

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  9. (non l'ho ancora letto ma....)
    hai mai scritto un post di tre righe??? :D

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  10. un abbraccio grande
    e credo si, vale la pena togliere quel piercing, almeno per un giorno

    (è stato piacevole leggerti)

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  11. Post intensissimo e delicato nel contempo, hai reso estremamente bene il concetto, la malinconia, la giovinezza e la vecchiaia, il tempo che passa... tutto. Complimenti, l'ho letto tutto d'un fiato

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  12. anche io mi sono sentito dire dai vecchietti "ti fai le sigarette come una volta" oppure "mi hai fatto ricordare mio padre che se le faceva così"...

    ...e questo post è incantevole.

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